Le guerre per la lingua

Gabriele Bosi
3 min readDec 18, 2024

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Articolo uscito sul numero 25 del settimanale “Toscana Oggi” (30 Giugno 2024)

Anche la lingua può essere terreno di vere e proprie guerre.
In un’epoca come la nostra, con una forte tendenza alla polarizzazione tra posizioni diverse, anche l’Italiano può essere oggetto di scontri ideologici amplificati dalla sfera “social” dove opinionisti spesso senza competenze possono veicolare ogni sorta di contenuti.

Di questo argomento si occupa Edoardo Lombardi Vallauri nel suo ultimo libro intitolato appunto “Le guerre per la lingua”, pubblicato da Einaudi (144 pag., 13€).

Ad alimentare la preoccupazione dell’autore, professore di Linguistica all’Università Roma Tre, è la presenza di un dibattito sulla lingua italiana diffuso ma poco informato, in cui gli esperti sembrano non avere spazio se non con il rischio di trovarsi coinvolti in linciaggi digitali.

Per questo motivo Lombardi Vallauri cerca di portare un po’ di ordine e di mettere alcuni punti fermi in base alle proprie competenze su due argomenti in particolare: l’utilizzo dell’inglese in Italiano e la presenza o meno di un “sessismo” innato nella nostra lingua.

In questo senso il libro si presenta come un piccolo manuale di gestione del conflitto che, attraverso ricostruzioni storiche e spiegazioni tecniche esposte in modo divulgativo, ci fornisce argomenti preziosi per riportare un senso di misura nelle nostre conversazioni.

A proposito dell’inglese i poli opposti sono quelli tra chi ricorre spesso e volentieri a termini anglosassoni e chi invece vorrebbe ripristinare una ipotetica forma purificata dell’italiano appartenente al passato.

Come spiega l’autore, nessuna lingua ha bisogno di essere difesa dai contendenti, esistendo da millenni e mutando a seconda del contesto storico; non esistono guerre tra le lingue quanto piuttosto un interagire reciproco che le arricchisce e che si basa su processi economici e culturali. Anche lo stesso inglese è il frutto di “invasioni linguistiche”, al tempo della dominazione franco-normanna oppure quando ad essere autorevole in campo culturale era il latino.

Argomento oggi ancora più discusso è quello del presunto sessismo della nostra lingua.

Una sensibilità crescente ha posto l’attenzione sull’inclusività della lingua scritta e parlata, ad esempio nel declinare al femminile le professioni ricoperte da donne.

Anche in questo caso l’origine del dibattito è culturale: in una società in cui le donne accedono molto più di prima a professioni prima riservate a uomini, è normale (e corretto grammaticalmente) usare il femminile quando queste siano rappresentate da donne.

Meno convincente è la posizione di chi mette in discussione il “maschile non marcato”, ovvero il valore neutro che la lingua italiana attribuisce in alcuni casi al maschile, specie al plurale. Diciamo infatti “ora andiamo tutti casa”, anche se siamo in una riunione composta da uomini e donne.

Come spiega l’autore, il maschile non marcato non ha niente a che fare col maschilismo: ricopre la funzione che ha il neutro in altre lingue e risponde a un principio di economicità dello sforzo dei parlanti. Immaginiamo come diventerebbero le nostre conversazioni se dovessimo declinare sempre le parole in entrambi i generi.

Lombardi Vallauri ci invita a fare attenzione a non attribuire motivazioni ideologiche a fenomeni dovuti solo alle leggi della linguistica; anche perché un altro rischio è quello di affidarsi a soluzioni come schwa o asterischi, che per motivi strutturali non potranno imporsi nella lingua comune, pensando che questo possa generare reali cambiamenti sociali.

Come spiega invece l’autore, “il sessismo non sta dentro la lingua (o ci sta veramente pochissimo), ma sta nelle pratiche sociali. Di queste non fa parte la struttura grammaticale, ma l’uso che della lingua ognuno fa per esprimere la sua mentalità e gli atteggiamenti più vari”.

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Gabriele Bosi
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Written by Gabriele Bosi

40 anni. Collaboratore del settimanale "Toscana Oggi"

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