“La terra inumana” e la possibilità del Bene nella tragedia della Storia

Gabriele Bosi
3 min readMay 13, 2023

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Articolo uscito sul numero 17 del settimanale “Toscana oggi” (5 Maggio 2023).

“Più andavo avanti nel racconto e più sentivo di non essere libero, di scrivere non ciò che volevo, ma ciò che dovevo”. Per Jozef Czapski raccontare è un dovere, una necessità, per lasciare testimonianza al mondo di quello che ha visto e ha vissuto.

L’esito di questo racconto è un libro straordinario, dal titolo “La terra inumana”, pubblicato tra le ultime novità Adelphi (459 pag., 28€).

Libro di memorie, diario di viaggio, saggio: sono diversi i generi letterari a cui potrebbe essere accostato questo libro, senza che nessuno di questi lo possa incasellare.

Certamente è un racconto di vita vissuta, quindi una testimonianza con alto valore storico: quella di chi ha conosciuto la natura profonda di un regime totalitario e la sua vocazione di annientamento di tutto ciò che è umano.

Jozef Czapski è stato un intellettuale e un artista polacco. Arruolato nell’esercito in cui ricoprì la carica di ufficiale nel periodo della resistenza contro l’aggressione da parte della Germania di Hitler, venne catturato nel 1939 dalle truppe sovietiche che avevano invaso la Polonia a seguito del Patto Molotov-Ribbentrop, il famigerato accordo con cui Stalin e Hitler si spartirono la nazione. Un espediente tattico che rimandò soltanto di poco tempo la guerra totale che inevitabilmente li avrebbe visti contrapposti.

A quarantatré anni venne così imprigionato in un lager appartenente al sistema dei Gulag sovietici, dove rimarrà per ventitré mesi. Liberato nel 1941 insieme a migliaia di altri connazionali, andrà a formare un esercito polacco che, in terra sovietica e alleato dell’Urss, si impegnerà a combattere i nazisti.

Scritto dal 1942 al 1947, “La terra inumana” è una delle prime importanti testimonianze della natura repressiva del regime di Stalin e per qualità e spessore può essere accostato alle opere più note di Varlaam Shalamov (“I racconti di Kolyma”, Einaudi 2021) e di Aleksandr Solzenitcyn (“Arcipelago Gulag”, Mondadori 2021).

A rendere questo libro meritevole di lettura non è soltanto l’unicità dell’esperienza raccontata ma anche la personalità del suo autore e il suo intimo punto di vista.

Nel suo racconto, Czapski non è mai mosso da un sentimento di rivalsa o di rancore, sentimenti a cui avrebbe pur avuto diritto, ma da una forte missione etica. E’ il senso del dovere morale che lo porterà a viaggiare per migliaia di chilometri lungo l’Unione sovietica, da Taskent a Mosca fino all’Uzbekistan, alla ricerca dei compagni di prigionia dispersi. Al momento della sua liberazione sono almeno 15.000 gli ufficiali di cui le autorità polacche non hanno più notizie; di loro si conosce soltanto il passaggio in tre campi di prigionia poi smantellati. Che fine hanno fatto?

Czapski ha l’incarico di occuparsi delle ricerche. Viaggia, chiede udienza alle autorità e ai funzionari della polizia politica, ascolta le testimonianze di ex deportati, mette insieme gli indizi e costruisce ipotesi che non trovano riscontro. Scoprirà soltanto dopo molto tempo che i compagni dispersi sono stati tutti assassinati dalla polizia politica, per poi essere seppelliti in fosse comuni nella foresta di Katyn e in altri luoghi.

Il libro non racconta soltanto di questa ricerca ma anche dell’impegno dell’autore nella formazione dell’esercito polacco e del viaggio che lo porterà fuori da confini sovietici, in Iran, per poi seguire gli alleati nella Liberazione dell’Italia e dell’Europa.

Al centro della narrazione di Czapski non c’è solo la Storia, grande e terribile come quella del Novecento, ma c’è soprattutto l’interesse per l’umanità; il protagonista de “La terra inumana” in fondo non è l’autore ma il suo prossimo. E’ un libro di incontri, che mostrano persone capaci di compiere crimini ed efferatezze come anche grandi slanci altruistici, mosse da un profondo sentimento morale.

La fede delle persone semplici, il coraggio degli umili e l’amore per la bellezza che incontra nelle sue peregrinazioni sono prove di una umanità in cui riporre ancora speranza.

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Gabriele Bosi
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Written by Gabriele Bosi

40 anni. Collaboratore del settimanale "Toscana Oggi"

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