Cosa vuol dire parlare con Dio (anche tramite il silenzio)
Articolo pubblicato sul numero 19 del settimanale “Toscana Oggi” (19 Maggio 2024)
Il rapporto dell’uomo con il divino, attraverso il pensiero e la parola: è quanto viene indagato da Umberto Curi, professore emerito di Storia della Filosofia all’Università di Padova in “Parlare con Dio”, il suo ultimo libro pubblicato da Bollati Boringhieri (160 pag., 15€).
L’argomento è affascinante quanto complesso, oscillante tra due discipline, quella teologica e quella filosofica, che sono rispettivamente “due modalità di riferimento al contenuto della rivelazione: creduta dalla teologia, problematizzata dalla filosofia”.
Come recita il sottotitolo del testo, quella dell’autore è una vera e propria indagine, i cui indizi vengono studiati con cura ed esposti al lettore manifestando tutto il mistero e l’inesauribile molteplicità di significati che li caratterizzano.
Con una scrittura densa e colta, Curi approfondisce la relazione umana con il divino interrogando gli antichi greci e i filosofi del Novecento, i grandi patriarchi della cultura ebraica e il Nuovo Testamento.
Esemplare in questo senso è il racconto biblico della trasmissione dei “Dieci comandamenti” da parte di Dio a Mosè.
Come nota l’autore, “Decalogo” non significata “dieci comandamenti” quanto piuttosto “dieci parole”, quelle comunicate dal Signore per stabilire le basi dell’alleanza con il suo popolo. Nel racconto biblico il dialogo non è diretto con gli ebrei ma mediato da Mosè, e le “dieci parole” riusciranno ad arrivare ai loro destinatari soltanto dopo una seconda stesura.
La loro trasmissione avviene quindi con una serie di traduzioni: da Dio a Mosè, dall’orale allo scritto, da una prima a una seconda scrittura; in questi passaggi, come per qualsiasi traduzione, si perde qualcosa, una “eccedenza” alla quale queste parole rinviano e che l’uomo deve cercare di recuperare.
Questa eccedenza è il mistero posto alla base anche del grido di Giobbe, un grido che inaugura una teologia che non parla “di Dio” ma direttamente “a Dio” e che supera l’arcaica concezione retributiva per cui alle buone azioni corrisponde necessariamente una buona sorte. Per Kirkegaard questo superamento sarà alla base della nuova idea di misericordia che ritroveremo nel Nuovo Testamento.
Non una supina obbedienza ma una ascolto attivo è ciò che Abramo mostra di fronte alla chiamata di Dio con il suo “Eccomi!”. La sua risposta, come dimostra l’etimologia della parola che deriva da “ob-audire”, è un ascolto che nasce da una volontà libera, fino all’accettazione del paradosso della fede dimostrato dalla prova del sacrificio di Isacco. Anche per questo motivo San Paolo riconoscerà ad Abramo la qualifica di “padre della fede”, antesignana di quella cristiana, a cui si riconnette attraverso l’esempio del sacrificio e della misericordia divina.
E’ proprio sul messaggio di Gesù, dal Discorso della Montagna fino alla Passione, che l’autore si concentra in buona parte del libro.
Le “Beatitudini” rovesciano la gerarchia dei valori dominanti nella storia umana, mettendo al primo posto virtù come la mitezza, la povertà in spirito, la misericordia; non sono né un risarcimento né una promessa riguardante il futuro: “i poveri in spirito sono beati perché sono poveri in spirito, e sono beati ora, e non in futuro. La loro beatitudine non dipende da ciò che riceveranno in cambio, ma è immanente all’essere ciò che sono”.
Paradossalmente, ma forse non troppo, l’ultimo capitolo di “Parlare con Dio” è dedicato al silenzio: non come condizione negativa di assenza di parola, ma come condizione di ascolto.
Udire la Parola è possibile non soltanto se prestiamo attenzione, ma anche se apriamo il cuore a ciò che ascoltiamo. Da qui, grazie all’ascesi intesa come esercizio interiore, può derivare la nostra risposta a Dio, che è sempre anche un’assunzione di responsabilità.