Aleksandr Solgenicyn e l’“Arcipelago Gulag”

Gabriele Bosi
5 min readJan 31, 2021

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“Arcipelago Gulag” è il libro che ha reso Aleksandr Solgenicyn famoso in tutto il mondo.

E’ piuttosto conosciuto anche il suo romanzo breve “Una giornata di Ivan Denisovič”, pubblicato in Unione sovietica nel 1962 durante la fase di “destalinizzazione” innescata da Nikita Chruščëv col XX Congresso del Pcus.
Non c’è dubbio tuttavia che “Arcipelago Gulag” per dimensione, profondità di analisi e sistematicità sia l’opera più importante dello scrittore russo.

Com’è facile immaginare la sua redazione fu complessa e tormentata.
Dopo la detenzione in vari campi di prigionia dal 1945 al 1953, Solgenicyn scrisse le 1.300 pagine del suo libro tra il 1958 e il 1967 (con successive revisioni nel 1968 e nel 1979) attingendo a una grande quantità di documenti e testimonianze raccolte negli anni.

Per tutelare il manoscritto dall’interessamento della polizia politica ne aveva nascosto alcune copie in luoghi diversi; il Kgb riuscì tuttavia a trovarne una dopo aver interrogato una dattilografa dello scrittore, che in seguito si suiciderà. Nel 1973 comparve in Francia la prima edizione completa dell’opera e nel 1974 lo scrittore fu condannato all’esilio dal proprio paese.

Mentre “Una giornata di Ivan Denisovič”, che descriveva una giornata tipica vissuta all’interno di un lager staliniano, trovò l’approvazione da parte delle autorità sovietiche proprio perché in qualche modo coerente con la fase del “disgelo” da loro promossa, “Arcipelago Gulag” non poteva essere facilmente tollerato.

Questo “saggio di indagine letteraria”, come lo definisce il suo stesso autore, non consiste infatti in una semplice analisi e condanna dello stalinismo, ma in una radicale e implacabile demolizione di tutto il sistema politico e sociale su cui si basava l’Unione sovietica.
Non c’è dubbio che la sua pubblicazione e diffusione in tutto l’Occidente contribuì in modo significativo a delegittimare moralmente e politicamente il regime comunista agli occhi di molti simpatizzanti all’estero e ad accelerarne quindi la caduta.

Leggendo il libro di Solgenicyn si comprende infatti come per l’autore non sia possibile liquidare i crimini dello stalinismo con la celebre formula coniata da Chruščëv del “culto della personalità”; ai suoi occhi uno slogan vuoto e opportunista, che cerca di ricondurre tutte le sofferenze subite dal popolo sovietico soltanto a una singola parentesi storica che si sarebbe ufficialmente chiusa con la morte del dittatore.

L’analisi del sistema concentrazionario sovietico viene invece descritta da parte di Solgenicyn fin dalle sue premesse storiche, con la “Rivoluzione d’Ottobre” del 1917 e lo scatenamento del “Terrore rosso” e della guerra civile nel 1918, per poi proseguire il racconto anche dopo la morte di Stalin, quando la svolta politica che viene realizzata non è sufficiente a chiudere il sistema dei Gulag e a interrompere i crimini commessi dal regime sulla popolazione.

Per Solgenicyn quindi la violenza politica è intimamente connaturata all’esperimento sovietico e a dimostrazione della sua tesi porta citazioni dai testi ufficiali, documenti, dati, testimonianze che risalgono fin dai primi anni della presa del potere da parte dei Bolscevichi, un evento che in qualche modo sarà paradigmatico del rapporto che le autorità instaureranno con la popolazione: quello di una repressione inarrestabile e sistematica, anche in tempo di “pace”.

Nella prima parte di “Arcipelago Gulag” l’evoluzione della storia sovietica viene scandita da una serie eventi dirimenti: i primi esperimenti dei campi di concentramento come quello instaurato nel monastero delle Isole Solovki, i grandi processi politici ai partiti non allineati con il programma bolscevico, le condanne pubbliche come sabotatori degli “specialisti”, la costruzione dei grandi canali grazie all’utilizzo del lavoro forzato, la dekulakizzazione, le carestie, i grandi processi di Mosca, il Grande Terrore (1937–1938) e così via.
Per Solgenicyn il sistema dello sfruttamento del lavoro forzato è naturalmente connaturato al regime in quanto essenziale a garantirne l’esistenza stessa, sia da un punto di vista politico, con il concentramento dei “nemici del popolo”, che dal punto di vista economico, con l’impiego gratuito di milioni di lavoratori.

Oltre a ricostruire la storia e la genesi del Gulag, nella sua opera lo scrittore russo ci guida all’interno del complesso sistema repressivo in cui poteva trovarsi a passare un qualsiasi cittadino accusato ingiustamente: l’arresto, l’istruttoria, il carcere, il campo di lavoro, la “liberazione” al confino coatto e un possibile ritorno nella società civile sempre accompagnato dal rischio di essere arrestato di nuovo.

Dai racconti di Solgenitsyn emerge la natura paranoide del sistema di sicurezza sovietico, che non era orientato soltanto ad annientare alcune specifiche categorie ostili al regime o potenzialmente tali (ex guardie bianche, militanti di partiti messi al bando, religiosi, minoranze etniche) ma che colpiva anche tanti cittadini che finivano per caso imprigionati all’interno dell’ingranaggio della repressione, magari per una battuta fuori luogo oppure per una delazione dei vicini invidiosi. Nemmeno i sostenitori più convinti erano esenti dall’arresto: è noto infatti come Stalin epurasse periodicamente il gruppo dirigente del Partito bolscevico, dai dirigenti più noti come Bucharin e Kamenev all’ultimo militante di provincia.

Tra le tante storie di cui Solgenicyn si fa portavoce c’è anche la propria; ma “Arcipelago Gulag” non è e non vuole essere un racconto autobiografico, lo scrittore non si pone al centro dell’attenzione.
La sua esperienza di detenuto è in qualche modo assimilata a quella di tante altre vite che incontra o di cui sente parlare durante la detenzione, oppure di cui leggerà le vicende nelle numerose lettere che lo raggiungeranno specialmente dopo la pubblicazione di “Una giornata di Ivan Denisovič”.

Una delle principali caratteristiche di “Arcipelago Gulag” è di non essere soltanto un’opera di denuncia di un sistema politico che lo scrittore odia profondamente, ma di rappresentare anche uno studio sull’uomo sotto la pressione del totalitarismo, studio a cui l’autore non sottrae nemmeno se stesso.
Solgenitcyn si osserva attentamente nel ricordo del suo viaggio all’interno del sistema repressivo, studia le proprie azioni e i propri pensieri. Il suo arresto rappresenta l’occasione di un vero percorso di riflessione autocritica, senza sconti, senza vittimismo e senza autocompatimento.

Solgenicyn non è relativista, crede profondamente nella distinzione tra Bene e Male (nel Gulag riscoprirà la propria fede), ma cerca di non farsi ingannare dagli schematismi:

Se fosse così semplice! Se da una parte ci fossero uomini neri che perfidi tramano nere azioni e bastasse distinguerli dagli altri e distruggerli! Ma la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni uomo. Chi può distruggere un pezzo del proprio cuore?
Nel corso della vita di un cuore quella linea si sposta, ora stretta dal gioioso male, ora facendo spazio perché il bene vi fiorisca. Il medesimo uomo diventa, nelle sue diverse età, nelle diverse situazioni della vita, una persona completamente diversa. Ora è vicino al diavolo, ora al santo. Ma il suo nome non cambia e noi gli ascriviamo tutto.

Questo vale anche per se stesso, arrivando a inorridire nel ricordare il proprio comportamento da ufficiale durante la guerra.
Cosa sarebbe successo se lo avessero convinto ad arruolarsi nei reparti di sicurezza durante l’università, come accaduto ad alcuni suoi compagni di corso? Che tipo di uomo sarebbe stato? Forse si sarebbe trovato a lavorare dall’altra parte del filo spinato di un lager.

Così quest’opera monumentale su una delle principali tragedie della Storia diventa anche occasione di indagine sul proprio sé e sulla propria vita.
E’ difficile quindi classificare “Arcipelago Gulag” in un unico genere letterario: autobiografia, saggio storico, inchiesta narrativa, denuncia politica e sociale sono alcune delle tante sfaccettature di quest’opera che testimonia uno dei lati più importanti e terribili del ventesimo secolo.

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Gabriele Bosi
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Written by Gabriele Bosi

40 anni. Collaboratore del settimanale "Toscana Oggi"

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